Pillole di Analisi Transazionale...I Riconoscimenti!
- Beatrice Parizzi
- 1 mar 2020
- Tempo di lettura: 3 min

In questo post voglio parlarvi di uno dei concetti fondamentali dall’Analisi Transazionale (A.T.) che ha contribuito a farmela scegliere come approccio, i riconoscimenti. Ma per poter comprendere il concetto, dobbiamo partire dal fatto che l’uomo è un essere sociale e la sua natura sociale è presente fin dai primi istanti di vita. Sono diversi gli studi in psicologia che hanno dimostrato che la motivazione fondamentale che spinge un bambino a instaurare una relazione di attaccamento con chi si prende cura di lui non è solo il soddisfacimento dei bisogni primari come il cibo o il sonno, bensì la necessità di accudimento e di protezione. È infatti grazie alla capacità della madre e del padre di leggere e rispondere in modo adeguato e tempestivo ai bisogni del figlio che lui potrà sviluppare un adeguato senso del Sé. Eric Berne, fondatore dell’A.T., sottolineò ulteriormente il bisogno di stimolazione sia sensoriale che emotiva che caratterizza il bambino fin dai primi momenti di vita: essa pone le basi per un’adeguata crescita e consente il passaggio evolutivo necessario verso diverse forme di stimolazione.
Berne ha individuato tre tipologie di bisogni fondamentali: la prima è la fame di stimoli, ossia il bisogno di stimolazione fisica, sensoriale e mentale; la seconda è la fame di riconoscimenti o di carezze ovvero il nostro bisogno di essere accarezzati, visti, amati e ascoltati; la terza è la fame di struttura, intesa come struttura del tempo: poiché non è più madre Natura a scandire il tempo con i suoi ritmi come quando si è neonati, ma l’essere umano vive costantemente immerso in una moltitudine di stimoli e per poter organizzare il proprio bisogno di contatto sociale, ha la necessità strutturare il tempo.
Mi concentro oggi sul bisogno di riconoscimento, ovvero la consapevolezza che noi esistiamo per le persone a noi significative. Sin dalla nascita noi siamo estremamente sensibili alla quantità e qualità di riconoscimenti che riceviamo, perché sono anch'essi di fondamentale importanza per la nostra sopravvivenza psicologica. Quindi, pur di vedere soddisfatto questo nostro bisogno, ed evitare così un isolamento emotivo e sociale, siamo disposti ad accettare anche un riconoscimento negativo: è dal riconoscimento degli altri che noi costruiamo l’immagine di noi stessi. Se non veniamo riconosciuti, non esistiamo. Pensate ai bambini che fanno costantemente i capricci o non stanno mai fermi, a casa o a scuola...potrebbero stare chiedendo, nel modo sbagliato, di veder soddisfatto un loro naturale bisogno: di essere visti.
Per spiegare ulteriormente il bisogno di riconoscimento Berne, partendo dal bisogno del bambino di essere toccato, introdusse il concetto di carezze definite da lui come delle unità di riconoscimento. È carezza tutto ciò che, riconoscendo l’esistenza dell’altro, comporta una comunicazione con una valenza affettiva, anche minima. Annuire sorridendo, toccare amichevolmente una spalla, dire «sono contenta di vederti», ascoltare con attenzione, dare un segno di disponibilità. Parlare di carezze significa parlare di riconoscimento: riconoscimento di sé e riconoscimento dell’altro; e poi ancora riconoscimento di sé attraverso il riconoscimento dell’altro. Carezze sono quelle che trasformano un neonato in un bambino, un bambino in un adolescente e un adolescente in un uomo o in una donna. Carezze sono i riconoscimenti reciproci che gli uomini e le donne si danno e che determinano la qualità della loro vita. Le carezze possono essere: verbali/non verbali, positive/negative, condizionate/non condizionate, ovvero legate a quello che noi siamo o a quello che noi facciamo. Ogni unità di riconoscimento è importante nella definizione dell’immagine che noi abbiamo di noi stessi tanto che Berne sottolineò come “qualsiasi tipo di carezza è meglio di nessuna carezza”. Per questo è di fondamentale importanza per noi, darci il permesso di dare e di ricevere riconoscimenti. Può capitare che vogliamo dire qualcosa di positivo su qualcuno ma ci fermiamo perché “poi magari si monta la testa”; oppure vogliamo fare una critica costruttiva a qualcuno ma non lo facciamo perché “poi magari ci rimane male”; o ancora, siamo fieri di noi per qualcosa che abbiamo fatto ma “non posso dirmelo perché chi si loda, si imbroda”. Questi sono tutti dei modi in cui noi ci impediamo di darci e di dare dei riconoscimenti, e quindi ci impediamo di amare e di amarci in modo autentico e incondizionato. RIDATEVI IL PERMESSO DI DARVI E DI DARE CAREZZE,
INCONDIZIONATAMENTE.